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Racconti fotografici

Una nuova avventura

Abbiamo in comune una cosa: il suono del soprannome. Max, io. Grax, lui. Poi, per il resto, «siamo come il diavolo e l’acquasanta». O almeno così dice un’amica in comune: «Siete la strana coppia». Ed è forse per questo che io e Grax, al secolo Francesco Graziadio, ci vogliamo bene. O quantomeno ci stimiamo. Ci conosciamo da poco, ma quel poco ci è bastato.

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Francesco Graziadio – © Massimiliano Palumbo

Sarà forse per alcune idee oggi non più di moda, sommersi come siamo da blog spazzatura e testate giornalistiche che, di giornalistico hanno poco, e di testata sembrano più delle teste di cazzo. E scusate il francese. Dice Francesco: «Il giornalista è un soldato, una sentinella. Lo vedo come una persona curiosa e con spirito di servizio, pronta a trascurare famiglia e amici per una notizia, ma perché quella notizia SERVE, è utile alla collettività, aiuta chi la legge a comprendere meglio il mondo in cui vive. Diffido dai colleghi innamorati della propria firma e mi hanno insegnato che non si scrive mai in prima persona. Ma vengo dalla vecchia scuola e i miei principi iniziano a sembrare superati anche a me».

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Francesco ha molta più esperienza di me. È stato anche mio direttore durante la veloce esperienza dedicata alla rinascita della Provincia. Ma una cosa mi sento di suggerirgliela: i principi non possono essere superati. È solo la forma che si deve adattare ai nuovi tempi.

 

A proposito di esperienza, Grax fa il giornalista dal 1991: «Ho iniziato con il Quotidiano, Radio Ciroma e TeleCosenza». Legge il giornale dalle scuole elementari e, racconta, «aspettavo lo strillone che veniva a portarcelo a casa, poi lui lo infilava sotto la porta e io mi tuffavo su quelle pagine a cercare i fumetti e sporcarmi di piombo. Al liceo ho iniziato a comprare il MIO giornale, quello di mio padre non andava bene, e da allora non ho più smesso»

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Francesco Graziadio – © Massimiliano Palumbo

Tanti anni trascorsi a sporcarsi le mani di piombo e poi dietro lo schermo di un computer, ma il mio ex direttore non ha sempre pensato di fare il giornalista. Eppure il suo curriculum sembra dire il contrario. Il passato ve l’ho raccontato, il presente è ancora più vivace, perché «adesso sto preparando una nuova avventura editoriale. Negli anni ho partecipato alla start up di cinque testate (Il Domani, Calabria Ora, Il Corriere settimanale, Il Corriere web, La Provincia), avevo voglia di provarci ancora».

 

E se il lavorare ad una nuova avventura editoriale è una notizia, lo è anche sapere che chi ha amato la carta stampata durante tutti questi anni, avrebbe voluto anche fare il fotografo: «Credo che oggi un giornalista dovrebbe essere completo. Deve essere capace di seguire un evento e farne un pezzo. Scattare la foto, ma anche girare un video e montarlo. Il tutto in tempi record. Non per fare arte, ovviamente, ma per fare bene la cronaca degli avvenimenti. Mi sarebbe piaciuto avere una sensibilità tale da saper comporre una bella foto, ma sono incapace a tutto, per questo faccio il giornalista». E infatti Francesco, con le foto, ha un «rapporto conflittuale. Soffro anche di Sindrome di Stoccolma. Resto spesso come rapito, senza parole, se lo scatto mi tocca. Spesso però mi innervosiscono, specie quelle del mondo della moda».

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Francesco Graziadio – © Massimiliano Palumbo

Com’è nato il soprannome Grax non lo so, «lasciamo la genesi nel mistero». E lasciamo la genesi della nuova avventura editoriale al futuro prossimo. Presto ne sapremo di più. Come nei migliori polizieschi noir.

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#WorldPhotographyDay 

Un’amica stamattina mi ha detto: “Hai preparato qualcosa per la giornata mondiale della fotografia?”. Ho risposto: “No”. Era vero. Non avevo pensato a nulla. Anche perché pensavo a una frase di Benigni. “Basta solo una cosa per fare Poesia. Tutto”. Vale così anche con le immagini. La Fotografia siamo noi. È la nostra vita, i nostri ricordi, le nostre passioni.

E in più sapevo che oggi avrei avuto ciò che è la mia identità e la mia memoria: i miei genitori.

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Il fascino della verità

Laura De Franco
Laura De Franco – © Massimiliano Palumbo

Con Laura De Franco sarò di parte. È una mia amica ed è impossibile restare neutri. Ma è tipico degli amici essere sinceri. Lo  diceva lei stessa tempo fa: «Sulla nostra amicizia non ci sono dubbi. Ni simu mannati a fanculo tante di quelle volte e ni simu abbrazzati tante di quelle volte, ca nenti e nessunu ni tocca». Quindi, di parte, ma senza rinunciare alla schiettezza, anche quella che fa mandare «a fanculo».

Laura la conosco da poco meno di vent’anni. E – anche se tra alti e bassi, lunghi silenzi e intense frequentazioni – sono stati quasi tutti anni di amicizia. A parte il periodo iniziale, quello in cui ti chiedi: mi posso fidare?

 

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Laura De Franco – © Massimiliano Palumbo

 

Ci siamo conosciuti in redazione. Erano i tempi della Provincia cosentina diretta da Marco Sodano. Siamo arrivati più o meno insieme. Lei, forse, poco prima di me: «Ho cominciato  nel 2002. Mi serviva un lavoro perché avevo lasciato quello di psicomotricista. Sono entrata come correttrice di bozze. Poi è arrivato Sodano e mi ha spinto a scrivere».

Lo posso capire, Marco. Laura non te le manda a dire. Il suo modo di scrivere è un continuo equilibrio tra eleganza, schiettezza e refusi. Tanti. «Massimilià, lo puoi leggere il pezzo? So già che ci sono mille refusi, ma devo finire le pagine e dalla fretta non me ne accorgo».

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Laura De Franco – © Massimiliano Palumbo

 

Da allora Laura ha continuato a scrivere e a «lavorare molto in redazione». «La parte del giornalismo che preferisco – spiega – è quella dove oltre alla notizia ne puoi ricavare una storia. Ovunque è pieno di storie da raccontare e le persone sono sempre molto affascinanti quando ti rivelano la loro vita. Il giornalismo ti insegna a capire che dietro ogni situazione c’è sempre un retroscena ed è lì che risiede la verità».

Verità lampante, quella di Laura, ma come quasi tutte le verità è scomoda. Forse è per questo che il giornalismo ha smesso di raccontare storie – ciò che dice a noi uomini chi siamo – ed è finito al copia e incolla. «C’è la crisi», dicono gli editori. Ma, forse, l’unica crisi è che editori e imprenditori non sanno più chi sono, se non degli individui che cercano di spolpare fondi e persone per i loro bassi interessi.

Laura De Franco
Laura De Franco – © Massimiliano Palumbo

 

Forse anche Laura la pensa così dal momento che confessa: «Non lavoro più perché è un mestiere che non ti lascia respiro, ti ingloba. Così ti sfugge la vita e non sempre paga bene. Preferisco scrivere quando ho qualcosa da dire e continuo a farlo su Iacchitè, ma non voglio che mi sfuggano tempo, affetti e passioni. Non amo la vanità dei giornalisti, figuriamoci la loro competizione».

Un linguaggio a cui il giornalismo ha rinunciato da tempo è la Fotografia, perdendo così un pezzo importante della sua identità e della sua forza narratrice. Sulle foto Laura ha le idee chiare: «Le fotografie sono un altro modo di raccontare. Hanno un linguaggio molto più intenso delle parole perché catturano la vista e quindi l’immaginazione proiettiva».

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Laura De Franco – © Massimiliano Palumbo

 

Alla fine la mia sincerità non ha detto nulla per cui Laura mi possa mandare a quel paese. Ma come vi ho detto, siamo amici. A «fanculo» ci mandiamo quando siamo a quattr’occhi. Così poi ci riabbracciamo.

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Passione giornalista

Iole Perito - © Massimiliano Palumbo
Iole Perito – © Massimiliano Palumbo

Iole vive il suo lavoro con passione. O con «pattione», come dicono i bambini e come dicevamo in redazione per prenderla in giro affettuosamente. La passione è qualcosa di serio, ma non può essere vera se non conserva il suo animo bambino. E Iole Perito giornalista lo è nata, il suo primo articolo fu pubblicato quando aveva solo 15 anni e, come dice lei, «è proprio un modo d’essere, qualcosa che ho sentito di seguire non appena ho avuto facoltà di intendere e volere. La mia non è deformazione professionale, ma una formazione caratteriale, ha a che fare col mio approccio col mondo».

Iole Perito - © Massimiliano Palumbo
Iole Perito – © Massimiliano Palumbo

Per un po’ di tempo le nostre vite professionali si sono incrociate. È stato il periodo della Provincia cosentina diretta da Marco Sodano. Erano i primi anni del 2000 e Iole, un po’ come me, non si dedicava a un solo settore, «magari in un certo periodo – racconta – seguivo di più la cronaca politica, però poi all’occorrenza scendevo in strada e andavo a documentare una sparatoria. Senza mai tralasciare le recensioni teatrali, musicali e culturali».

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Iole Perito – © Massimiliano Palumbo

 

Iole fa la giornalista da 17 anni. Anzi, Iole «è giornalista» da 17 anni, come precisa lei stessa. Una differenza non da poco quella tra il fare e l’essere, perché «se da domani mi mettessi a fare l’estetista, ad esempio, sarei comunque una giornalista dentro». Ma da qualche anno, più che cercarle, le notizie le distribuisce ai suoi colleghi. Infatti è la portavoce del sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto. Un lavoro che vive «come qualsiasi altra cosa: in maniera scrupolosa, leale e responsabile».

Iole Perito - © Massimiliano Palumbo
Iole Perito – © Massimiliano Palumbo

Quando l’ho fotografata non ho avuto particolari problemi. Si è sentita subito a suo agio e abbiamo parlato e scherzato tutto il tempo. Abbiamo parlato del nostro passato e del nostro lavoro, confermando indirettamente un aspetto della fotografia che è quello della memoria. Ma il risultato che ne è venuto fuori è stato più vicino ad un altro aspetto della fotografia che è proprio Iole a spiegare: «È un rapporto che ha a che vedere con l’accettazione di sé, con lo sguardo su noi stessi e con quello degli altri su di noi. Per quanto mi riguarda davanti all’obiettivo mi piace stare, sto a mio agio, e ho sempre amato la fotografia come arte. Ho una collezione di riviste di moda degli anni ’80 con dei servizi d’autore memorabili. Alcuni li ho anche incorniciati».

Iole Perito - © Massimiliano Palumbo
Iole Perito – © Massimiliano Palumbo

Ed io intanto incornicio questo primo ritratto dedicato al mondo del giornalismo.

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Otto maggio

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Elena, mia madre – © Massimiliano Palumbo

Otto maggio, auguri a tutte le mamme. Auguri a mia madre. La conosco da 39 anni, ma lei mi conosce da prima. Ed è da prima che, oltre a conoscermi, mi è stata sempre accanto. In 39 anni ha gioito per me, ha sofferto, ha tifato, si è sempre presa cura di me. Davanti a una vita spesa per la famiglia dire grazie è troppo poco. Troppo semplice. Spero di ringraziarla tutti giorni con la mia vita. Auguri mamma, ma auguri anche a mio padre e a mia sorella. Perché se c’è una mamma, c’è anche una famiglia.

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Elena, mia madre – © Massimiliano Palumbo

La gloria è nell’intimo

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Rosa di primavera – © Massimiliano Palumbo

 

Una delle cose più affascinanti nei fiori è il loro meraviglioso riserbo.
(Henry David Thoreau)

Ancora primavera

Ieri, per sfuggire al maltempo, ho trovato rifugio in una stanza ed ho cercato di rendere visibile una idea, quella della primavera. Oggi il maltempo c’è ancora, ma oggi ho deciso di uscire. Sono stato in montagna, dove c’è la neve. Cercavo qualcosa di interessante anche se, a dire il vero, lì è interessante tutto. Però bisogna scegliere. Come diceva Roberto Benigni in un suo film, «la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere». Ma per scegliere bisogna cercare. Ed ora che ci penso meglio, quando si cerca succede un fenomeno strano. In realtà non si sceglie sempre, perché quello che si stava cercando, anche inconsapevolemente, si presenta davanti. A me si è presentato questo ramoscello. Spuntava fuori da sotto la neve ed è molto simile, come struttura, alla foto che ho costruito, ieri, all’interno di una stanza. E’ da ieri che lo pensavo. L’ho prima plasmato secondo i miei gusti. Oggi, invece, l’ho trovato ed accolto per quello che è.

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L’ultima neve – © Massimiliano Palumbo

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Primavera

Il titolo è fuorviante, dal momento che fuori piove. Nuvole, freddo e acqua costringono a casa. La mente, però, è già alle porte della primavera. C’è frenesia. Anche mia madre è irrequieta. Pensa alle belle giornate e alla Pasqua ormai vicina. Entra nella mia stanza e lancia segnali: «Uno di questi giorni dovremmo fare una bella foto con le uova di Pasqua». Colgo il messaggio. Fuori piove, le uova sono già pronte sul tavolo, la risposta è semplice: «Ho capito, facciamo la foto».

Allestiamo il set e lo rismontiamo. C’è sempre qualcosa che non convince. Dopo vari tentativi, finalmente, il risultato cercato. Testo e foto per dire che le uova sono una promessa, la promessa della vita. Forse è per questo che si mangiano alle porte della primavera. E forse è per questo che la Pasqua si festeggia sempre alle porte della primavera. E che cos’è la Pasqua se non una promessa d’Amore?

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Primavera – © Massimiliano Palumbo

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«Sii fedele sino alla morte»

Questa mattina, invitato da una cara amica, ho avuto il piacere di partecipare al Giubileo dei militari. L’evento si è tenuto a Paola, nel santurario dei frati minimi. E’ stato un bel momento sia spirituale che umano. Per alcuni versi molto formale (come è normale che sia), ma devo rinconoscere che la formalità è stata sostanza. Il Paese ne ha bisogno. Spesso critichiamo le istituzioni e spesso lo facciamo a ragion veduta. Ma spesso le critichiamo proprio perché portatrici di valori che consideriamo superati. Anche se poi, guardandosi intorno, è facile notare che chi va avanti senza riferimenti produce ben poco, se non addirittura danni.

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Santo Marcianò e Silvio Ghiselli – © Massimiliano Palumbo

Parlavo di forma e sostanza. L’ho fatto perché ciò che mi ha colpito è stato l’abbraccio fraterno tra l’ordinario militare, Santo Marcianò, e il generale dell’Arma Silvio Ghiselli. Pur rispettando il protocollo i due si sono abbracciati come fratelli. Monsignor Marcianò è arrivato anche a posare il capo sulla spalla del generale. Non è un episodio di poco conto. Perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno della forma, gettata da molti ai margini della strada insieme ai rifiuti, ma abbiamo bisogno di uno Stato che sia davvero vicino alla gente. Devo ammettere che lo Stato è spesso il primo nemico del cittadino. Altre volte, invece, è vicino alla gente grazie all’impegno di molti suoi servitori.

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Il motto dei carabienieri è «nei secoli fedele», mentre quello della loro protettrice, la Virgo Fidelis, è «sii fedele sino alla morte» (passo tratto dall’Apocalisse). Dovremmo cominciare ad essere tutti fedeli alla vita e al rispetto. Solo così potremmo posare il capo, quando ne avremo bisogno, su chi ci sta accanto. Ne va del nostro futuro.

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